Nel 2019 Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha pubblicato il Rapporto “Adult learning in Italy: what role for Training Funds”, uno studio sullo stato della formazione continua in Italia, con un ampio focus dedicato all’attività dei Fondi interprofessionali. Un ritratto a luci e ombre, che evidenzia diversi elementi positivi dell’attività dei Fondi, ma che conferma il sostanziale ritardo nell’Italia nello sviluppo delle competenze maggiormente strategiche e più richieste nel mercato del lavoro.

Fondoprofessioni è stato parte attiva del programma di interviste sugli Avvisi realizzati e sulle iniziative previste, condotto da Ocse. A un anno e mezzo circa dalla redazione del Rapporto abbiamo intervistato la sua curatrice Alessia Forti, economista presso Ocse, che si occupa di mercato del lavoro, formazione, e politiche sociali nei Paesi sviluppati ed emergenti. Con lei abbiamo parlato non solo delle risultanze del Rapporto, ma anche delle prospettive dei Fondi interprofessionali italiani e di un nuovo Avviso previsto da Fondoprofessioni.

Tenuto conto delle raccomandazioni e indicazioni Ocse, Fondoprofessioni sembra si stia muovendo nella giusta direzione. Avvisi pensati per le micro e piccole imprese, accesso alla formazione finanziata per i lavoratori coperti da integrazione salariale in conseguenza dell’emergenza Covid-19, possibilità di trasformazione delle attività d’aula in formazione a distanza sincrona per tutto il 2020. Diverse decisioni strategiche assunte recentemente dal Fondo risultano allineate alle indicazioni dell’Organizzazione internazionale, ma procediamo con ordine.

D. Secondo le analisi Ocse quali competenze professionali dovrebbero essere rafforzate in Italia?     

R. Tra le competenze che dovrebbero essere rafforzate ci sono sicuramente quelle digitali. L’indagine PIAAC rivela che in Italia, il 26.9% degli adulti (16-65) hanno scarse capacità digitali.[i] C’è anche bisogno di rafforzare le competenze “di base” numeriche e linguistiche. In Italia, il 38% degli adulti ha competenze linguistiche (lettura e scrittura di testi) e matematiche basse, rispetto alla media OCSE del 26%.

Inoltre, secondo il database OCSE “Skills for Jobs”, in Italia come in altri paesi OCSE le competenze più richieste e difficili da trovare sono quelle più difficili da ‘automatizzare’, come le soft skill, social skills, e problem-solving. Allo stesso tempo osserviamo, invece, come le competenze più manuali, e facili da automatizzare (come la forza fisica, la resistenza, la flessibilità, il coordinamento) siano più facili da trovare e quindi in surplus.

D. Quali aspetti positivi e critici ha riscontrato Ocse nell’ambito dell’attività dei Fondi interprofessionali?

R. Un rapporto OCSE pubblicato nel 2019 analizza luci e ombre del sistema Fondi Interprofessionali in Italia.

Un punto di forza dei Fondi è l’incisività. Oggi i Fondi Interprofessionali coprono circa 1 milione di imprese, hanno il potenziale di formare 10 milioni di lavoratori e gestiscono circa 600 milioni di Euro ogni anno. Senza dubbio i Fondi hanno, in pochi anni, coinvolto un numero sempre più considerevole di imprese e lavoratori e oggi rappresentano il canale di finanziamento più importante per la formazione continua in Italia.

Anche grazie ai Fondi, oggi gli adulti Italiani si formano molto di più che in passato. Dal 2007 al 2016, l’accesso alla formazione è aumentato del 130% in Italia, molto più che in altri paesi OCSE. Anche le imprese sono sempre più coinvolte nella Formazione dei loro dipendenti. Dal 2005 al 2015, la percentuale delle imprese (con almeno 10 dipendenti) che fornisce formazione ai lavoratori è aumentato del 90%.

Un altro punto di forza è il coinvolgimento delle parti sociali. Sindacati e associazioni di datori di lavoro fanno parte del consiglio di amministrazione dei fondi; e nessun piano formativo può essere approvato senza accordo sindacale. Poiché le parti sociali sono vicine alle necessità di formazione di imprese e lavoratori, questo coinvolgimento aiuta a far sì che la formazione risponda ai fabbisogni.

Tra gli aspetti critici, il Rapporto cita il basso coinvolgimento delle Piccole e Medie Imprese (PMI), che utilizzano ancora poco i Fondi. Secondo i dati del Continuing Vocational Training Survey (CVTS), tra le piccole imprese (con 10-19 dipendenti) che formano, solamente il 6.2% utilizza i fondi per finanziare la formazione, mentre tra le grandi imprese (con 1000+ dipendenti) questa percentuale è del 64.1%. Molte piccole imprese ancora non sanno cosa sono i Fondi. A questo si aggiungono procedure amministrative onerose, e una scarsa cultura della formazione tra le piccole imprese Italiane.

Un’altra criticità riguarda i contenuti della formazione. Un terzo dei corsi finanziati dai Fondi sono formazioni obbligatorie (es. salute e sicurezza), ovvero formazione che avverrebbero anche in assenza del supporto finanziario erogato dai Fondi.

Un’altra sfida riguarda la qualità della formazione, che resta frammentata tra sistemi di accreditamento regionali e sistemi di accreditamento propri ai Fondi. Questa frammentazione potrebbe creare differenze notevoli nella qualità dell’offerta di formazione proposta dagli organismi di formazione esistenti in Italia.

Infine, il Rapporto rileva una mancanza di coordinamento tra Fondi e altri attori della formazione continua in Italia (regioni, Centri Provinciali per gli Adulti – CPIA), frutto di una governance frammentata e una mancanza di un osservatorio nazionale sulla formazione continua, che dia indicazioni strategiche e crei sinergie tra le attività portate avanti dai vari attori.

D. Come può migliorare l’azione dei Fondi interprofessionali sia sul fronte dei contenuti formativi che dell’incisività?

R. Per quanto riguarda l’incisività, è necessario coinvolgere maggiormente le piccole e medie imprese (PMI) e lavoratori vulnerabili. Ma non solo, riprendendo le raccomandazioni riportate nel rapporto OCSE, occorre ridurre ulteriormente il costo della formazione per le PMI, informare maggiormente gli imprenditori sulle opportunità dei Fondi, semplificare le procedure amministrative di accesso alle risorse, promuovere l’e-learning.

Sul fronte dei contenuti formativi, Ocse suggerisce di rafforzare la capacità di orientamento da parte delle Parti sociali e utilizzare maggiormente i dati esistenti sui fabbisogni di competenze per individuare le aree formative prioritarie. Inoltre, i Fondi dovrebbero incoraggiare le imprese a valutare i loro fabbisogni di competenze in modo sistematico, oltre che limitare il finanziamento della formazione obbligatoria.

D. Fondoprofessioni ha in previsione un Avviso per lo sviluppo dello smart working negli Studi professionali, cosa ne pensa?

R. Mi sembra un’ottima iniziativa, che risponde pienamente alle evoluzioni del mercato del lavoro. Durante la crisi Covid-19, ci siamo resi conto che fare smart working è possibile, almeno per alcune professioni. Tuttavia, c’è bisogno di aiutare le imprese e i lavoratori ad adattarsi a questo nuovo modo di lavorare. Da una parte, c’è bisogno di formazione, affinché si acquisiscano le competenze tecniche, organizzative e manageriali necessarie a gestire il lavoro e il personale a distanza. D’altra parte, bisogna attrezzare i posti di lavoro con gli strumenti necessari allo Smart Working (laptops, VPN).

[i] Che non ha alcuna esperienza informatica o che non ha superato il test principale sulle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (TIC). Si veda OECD Skills Outlook 2013