La trasformazione digitale, l’evoluzione delle competenze professionali e le nuove sfide della sostenibilità stanno cambiando profondamente il lavoro degli studi tecnici. In questo scenario, la formazione continua rappresenta uno strumento sempre più strategico per accompagnare professionisti e collaboratori nell’acquisizione di competenze capaci di rispondere alle esigenze di un mercato in costante evoluzione.
Ne abbiamo parlato con l’ingegnere Michela Diracca, professionista del settore tecnico e componente del Consiglio di Amministrazione di Fondoprofessioni, che ci offre una riflessione sul futuro delle professioni tecniche, sul ruolo delle nuove tecnologie e sulle opportunità che la formazione può generare per gli studi professionali, anche quelli di dimensioni più contenute.
Ing. Diracca, negli studi tecnici oggi non bastano più le competenze specialistiche. Quali capacità stanno diventando davvero decisive per lavorare bene in team e con i clienti?
Oggi la solida competenza tecnica rimane una condizione necessaria, ma non è più sufficiente. La vera chiave di volta per uno studio tecnico moderno risiede nella capacità di fare squadra e di tessere relazioni trasparenti ed empatiche con i clienti, e questo per ragioni strettamente legate all’evoluzione e alla complessità della nostra professione.
La realtà attuale è tale da rendere impensabile che un singolo professionista — sia esso un ingegnere, un architetto, un geologo o un geometra — possa padroneggiare da solo ogni singola sfaccettatura di un progetto. L’iper-specializzazione e la stratificazione normativa richiedono, in prima battuta, una forte collaborazione all’interno della stessa categoria. Tuttavia, il vero salto di qualità oggi si compie nel team allargato e multidisciplinare. I progetti non si limitano più al solo calcolo o al disegno; richiedono un’interazione continua tra discipline diverse. Dobbiamo far dialogare la conoscenza del territorio con l’ecologia, la sostenibilità ambientale con l’analisi dei cicli di vita dei materiali, fino agli aspetti legati alla salute pubblica e alla durabilità delle opere nel tempo. In questo contesto, saper lavorare in team significa avere ascolto attivo, apertura intellettuale e la capacità di far convergere competenze diverse verso una visione d’insieme integrata.
Questo approccio si riflette inevitabilmente sul secondo pilastro decisivo: il rapporto con il committente. Nel mondo odierno, dominato da una diffusione capillare delle informazioni, questa relazione deve necessariamente evolvere verso un piano di profonda empatia e fiducia, forse ancor più che in passato. Oggi chiunque può reperire dati, normative o soluzioni apparentemente pronte in pochi clic sul web, o persino interrogando l’Intelligenza Artificiale. Questo rischia di generare una falsa percezione di semplicità. Diventa fondamentale far comprendere al cliente la reale complessità dell’incarico che ci sta affidando: la professionalità e l’esperienza di un tecnico non sono prodotti che si acquistano online con un clic. Tuttavia, far valere questa competenza non deve essere un esercizio di autocelebrazione per il professionista, bensì un atto di cura verso il committente. Serve a dargli una base solida, a farlo sentire sicuro e a trasmettergli la serenità di essersi affidato a “buone mani”. Per costruire questo legame sono indispensabili l’empatia e la capacità di ascolto. Il nostro compito è decodificare le reali necessità del committente — anche quelle che non sa esprimere tecnicamente — e guidarlo nel vedere quelle soluzioni e quelle criticità che, da non tecnico, non potrebbe mai scorgere da solo. Se la competenza tecnica è il motore del nostro lavoro, la capacità di relazionarsi e di fare squadra è il carburante indispensabile per navigare la complessità odierna e mettere la tecnica al servizio delle persone.
Digitalizzazione, software evoluti, intelligenza artificiale. Quali cambiamenti stanno già entrando nella quotidianità degli studi professionali tecnici e quali competenze serviranno per affrontarli senza subirli?
La tecnologia corre a una velocità esponenziale e gli strumenti che abbiamo a disposizione stanno amplificando le potenzialità del mondo tecnico come mai prima d’ora. Per affrontare questa rivoluzione senza subirla, dobbiamo però scindere la questione in due capitoli ben distinti: la digitalizzazione degli strumenti tecnici e l’avvento dell’Intelligenza Artificiale.
Siamo passati dal tecnigrafo al CAD, poi al 3D, e oggi siamo nel pieno dell’era del BIM (Building Information Modeling) e della modellazione predittiva. In questo caso, non parliamo solo di evoluzione tecnologica, ma di un vero e proprio obbligo normativo e giuridico, basti pensare alla centralità del BIM nei lavori pubblici. Questa transizione non è indolore: richiede ai professionisti un investimento notevole in termini di tempo per la formazione e di denaro per i software. Per non subire questo cambiamento, l’unica strada è “sposarlo” culturalmente, mettendosi a studiare, come siamo abituati da sempre, l’ennesima nuova materia. In questo, l’attività delle associazioni professionali diventa cruciale: dobbiamo far comprendere all’esterno lo sforzo e l’impegno economico che il nostro settore sta sostenendo per garantire prestazioni sempre più elevate. Non ci sono alternative: è un percorso che ci obbliga a investire, ma che ci fa crescere.
Il discorso sull’Intelligenza Artificiale è profondamente diverso. Spesso viene vista con sospetto, alimentando la paura che possa sottrarre lavoro all’uomo. Personalmente, non credo che nel breve futuro l’IA possa sostituire la professionalità tecnica nei suoi dettagli più profondi, così come non sostituirà il medico o l’avvocato. La robotica e la telemedicina esistono, ma a monte restano imprescindibili lo studio, la sensibilità e la capacità decisionale dell’essere umano. L’IA correggerà l’errore umano, ma non sostituirà la mente che progetta.
Il vero rischio di “subire” l’IA non deriva dallo strumento in sé, ma dalla concorrenza tra colleghi. Come l’avvento dell’automazione nel secolo scorso, l’IA non distruggerà il lavoro, ma lo trasformerà. Tutte le attività di tipo burocratico, ripetitivo o di prima elaborazione dati possono già essere svolte dall’IA in modo velocissimo. Qui si creerà lo spartiacque: il professionista che supererà il pregiudizio e imparerà a usarla, a sperimentarla e a controllarla, otterrà un guadagno di tempo e un’efficienza incredibili. Chi si rifiuterà di farlo rimarrà indietro, schiacciato da una concorrenza spietata.
Delegare le attività di contorno e la burocrazia ripetitiva alla macchina ha un valore immenso: ci restituisce il tempo. Il tempo per concentrarci su quello che è il vero spirito della nostra professione: l’ascolto del cliente, la creatività, l’etica e la ricerca della soluzione ottimale a un problema complesso. E questo non vale solo per i tecnici ma per tutte le professioni.
Dal suo punto di vista, quale ruolo può avere il Fondoprofessioni nell’aiutare gli studi, anche quelli più piccoli, a investire nella formazione continua senza viverla come un obbligo, ma come un’opportunità concreta?
Il ruolo di Fondoprofessioni è, e sarà sempre di più, di fondamentale importanza, in particolare per gli studi di dimensioni minori. Se per le grandi strutture l’investimento in formazione fa parte di un budget strutturato, e di percorsi strutturati e calendarizzati dall’azienda, per i piccoli studi o per i singoli professionisti con dipendenti ogni ora sottratta al lavoro e ogni euro investito rappresentano una scelta difficile. Per far sì che la formazione continua venga vissuta come un’opportunità concreta, Fondoprofessioni può agire su tre leve strategiche:
- Abbattere la barriera economica e semplificare l’accesso: Il Fondo è lo strumento ideale per democratizzare l’accesso alle competenze avanzate. Attraverso il finanziamento dei piani formativi, consente anche al piccolo studio di accedere a corsi di altissimo livello sul BIM, sull’Intelligenza Artificiale o sulle nuove normative ambientali, che altrimenti avrebbero costi sognificativi. La sfida cruciale, in questo senso, è la continua semplificazione delle procedure di accesso ai fondi, e la promozione presso i professionisti che presi dal loro quotidiano spesso ignorano anche l’esistenza di possibilità già esistenti e del grande lavoro facvvhtto dal Fondo.
- Promuovere una formazione “su misura” e applicata: La formazione non deve essere teorica, ma calata nella realtà quotidiana dello studio tecnico. Fondoprofessioni può fare la differenza sostenendo percorsi formativi flessibili e focalizzati sul “saper fare”: quando il professionista vede un ritorno immediato in termini di efficienza e tempo risparmiato sul primo progetto utile, l’obbligo sparisce e subentra l’entusiasmo dell’opportunità.
- Creare reti e aggregazioni tra professionisti: Favorendo i piani formativi territoriali o di rete, Fondoprofessioni può diventare un catalizzatore di aggregazione. Spinge studi diversi a fare squadra per condividere un percorso di crescita. Questo non solo abbatte i costi, ma rompe l’isolamento del piccolo studio, creando quel linguaggio comune e quell’abitudine alla collaborazione interprofessionale che è l’unica chiave per governare la complessità odierna.
Ci sono ambiti formativi ancora oggi poco esplorati dagli studi tecnici, ma che nei prossimi anni potrebbero diventare strategici? E guardando al futuro della sua professione, quale cambiamento la incuriosisce e la entusiasma di più?
Se parliamo di ambiti formativi strategici ma ancora poco compresi nella loro reale essenza, vedo due grandi pilastri su cui rifondare la cultura tecnica: la sostenibilità reale e la sicurezza d’avanguardia.
Sul fronte della sostenibilità, l’introduzione dei CAM (Criteri Ambientali Minimi) ha impresso una svolta normativa importante nei lavori pubblici. Tuttavia, la sensazione diffusa è che sia ancora vissuta come l’ennesimo adempimento burocratico: un faldone da allegare prima di entrare in cantiere. Se vogliamo fare un vero salto di qualità, la formazione del futuro deve puntare sulla consapevolezza profonda. Dobbiamo approfondire ambiti complessi come l’analisi del reale ciclo di vita dei materiali (LCA) e compiere una rivoluzione culturale che metta al centro la filosofia del riuso prima ancora del riciclo. Questa non è solo una necessità professionale o economica per evitare sanzioni; è un dovere etico nei confronti della collettività di oggi e di quella di domani.
L’altro grande ambito in cui serve una svolta formativa radicale è la sicurezza in cantiere. È inaccettabile che ancora oggi si continui a morire sul lavoro per cause prevedibili. Il controllo ispettivo da solo non basta. Il vero nemico in cantiere è l’illusione dell’invulnerabilità, quel diffuso “ho sempre fatto così, so come si fa”. Per questo ritengo che la formazione dei coordinatori e delle maestranze debba adottare un approccio legato al funzionamento del nostro cervello e alla percezione cognitiva del pericolo. Nei momenti di emergenza o di forte stress, la risposta umana non è razionale, ma è guidata dalla parte più ancestrale del cervello.
Ed è qui che intravedo lo straordinario contributo dell’Intelligenza Artificiale applicata alla sicurezza, attraverso sistemi di alert e monitoraggio proattivo in tempo reale. All’inizio queste innovazioni potrebbero essere vissute con diffidenza, come un controllo oppressivo. Ma dobbiamo compiere lo stesso salto culturale che abbiamo già fatto nel settore automobilistico con i sistemi ADAS (sensori anti-sbandamento, controllo del colpo di sonno, frenata assistita). Nessuno di noi pensa che l’auto stia violando la nostra privacy; sappiamo che sono “cinture di sicurezza tecnologiche” pronte a salvarci la vita in un momento di distrazione. Portare questo nei cantieri significa garantire a ogni operatore di tornare a casa sano e salvo tutte le sere. Non è controllo: è tutela della vita umana.
Guardando al futuro delle professioni tecniche, quale cambiamento la incuriosisce o la entusiasma di più
Guardando al futuro, ci sono due temi strettamente connessi che mi affascinano e mi entusiasmano più di tutti: il definitivo superamento del concetto classico di “studio tecnico” a favore di un ecosistema multidisciplinare allargato e la possibilità di visualizzare scenari futuri connessi alla realizzazione delle opere, in sostanza l’applicazione della tecnologia per una reale sostenibilità sociale.
Il lavoro in team è una necessità antica, ma il futuro ci impone di estenderne i confini in modo dirompente. Non possiamo più limitarci a far dialogare le figure tecniche tradizionali come l’ingegnere, l’architetto, il geologo, il geometra, quando ancora si fatica a lavorare in team con archeologi, forestali, biologi ecologi per una progettazione davvero integrata è necessario pensare ancora oltre. Per progettare il mondo di domani abbiamo bisogno di competenze antropiche e umanistiche: medici, psicologi, sociologi, associazioni di categoria.
Questo perché è ormai impensabile progettare il costruito e le infrastrutture badando solo alla funzionalità o all’estetica. Il futuro deve essere guidato dall’inclusività e dalla ricerca della massima qualità della vita per chiunque popolerà quegli spazi. Pensiamo al tema della disabilità: l’inclusione non si limita all’applicazione fredda di una norma sulle pendenze di una rampa o sulla rugosità di un pavimento.
Chi progetta deve vedere e prevedere “gli ostacoli invisibili” per chi ha una mobilità diversa o chi ha una difficoltà cognitiva o percettiva; conosce le necessità di chi vive queste realtà apre gli occhi, costringe ad andare oltre la norma prescrittiva ed eleva la progettazione a una dimensione di profonda empatia.
Un altro aspetto riguarda l’evoluzione del costruito, sia esso edilizio o infrastrutturale, la storia dell’architettura e dell’ingegneria è piena di grandi esperimenti di edilizia popolare, sulla carta valevoli, ma che poi hanno finito per trasformarsi in ghetti alienanti e poi abbandonati; lo stesso vale per infrastrutture di cui non si è inquadrata correttamente la strategicità.
Questo è accaduto perché si è progettato ignorando l’evoluzione sociale e le componenti non tecniche che tengono in vita una comunità.
Ecco cosa mi entusiasma del futuro: grazie alla digitalizzazione, alla potenza di calcolo e alla modellazione predittiva, abbiamo finalmente gli strumenti tecnologici per prevedere questi impatti, per simulare scenari complessi prima che si traducano in opere. La tecnologia del domani non deve spaventarci; al contrario, deve essere il mezzo per superare l’aridità della burocrazia, permettendoci di disegnare spazi che non siano solo “opere”, ma luoghi capaci di accogliere tutti e di generare un mondo autenticamente migliore dal punto di vista ambientale e sociale.